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10 Agosto 2026La teiera incrinata di Alfonso Dell’Accio: quando l’amore non basta a salvarci
Un romanzo crudo e senza filtri sulla ricerca di sé, sul bisogno di essere accettati e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo
Ci sono libri che inizi a leggere aspettandoti che, prima o poi, qualcosa si aggiusti. Che le persone che incontri tra le pagine riescano a sostenersi abbastanza da trovare insieme una via d’uscita.
La teiera incrinata di Alfonso Dell’Accio sembra procedere inizialmente proprio in quella direzione. I suoi protagonisti sono persone fragili, ferite, alla ricerca di qualcosa che manca loro da tempo. Si incontrano, si sostengono, condividono bisogni e tentativi di riempire vuoti che sembrano impossibili da colmare.
E allora il lettore aspetta una svolta.
Ma la svolta non arriva.
Ed è forse questa una delle cose più difficili da accettare del romanzo.
Una storia che non cerca di rendere il dolore più facile
La teiera incrinata è un libro pesante. Non soltanto per ciò che racconta, ma per il modo in cui costringe il lettore a rimanere dentro situazioni che, a tratti, vorrebbe evitare.
Alcune scene sono estremamente crude, comprese quelle sessuali, e personalmente in più di un’occasione ho avuto la sensazione di voler chiudere il libro. Non sono scene semplici da leggere e non credo debbano esserlo.
Perché, però, sono necessarie.
La sessualità nel romanzo non è semplicemente sesso. Diventa bisogno, ricerca di conferme, rifugio, merce di scambio, tentativo disperato di sentirsi desiderati e, soprattutto, di sentirsi ancora vivi.
La crudezza serve quindi a mostrare il punto in cui sono arrivati i protagonisti. Addolcire quelle situazioni avrebbe forse reso la lettura più semplice, ma avrebbe anche tolto credibilità al loro percorso.
È un romanzo che non fa sconti ai suoi personaggi e, di conseguenza, nemmeno al lettore.
Il bisogno di essere accettati nasce molto prima dell’amore
Uno dei temi più forti che attraversano il libro è quello dell’accettazione.
Prima ancora di cercare un compagno, un amante o qualcuno che possa salvarli, i protagonisti cercano una cosa molto più elementare: qualcuno che dica loro, attraverso la propria presenza, che vanno bene così.
E qui il rapporto con la famiglia assume un peso fondamentale.
La famiglia dovrebbe essere il primo luogo nel quale impariamo a sentirci accolti. Quando invece diventa il luogo del giudizio, del rifiuto o dell’incapacità di comprendere chi siamo, quelle ferite possono accompagnarci per anni.
Nel caso di Leo, il rapporto con un’educazione incapace di accogliere pienamente la sua omosessualità diventa parte della sua difficoltà a costruire una relazione sana con sé stesso e con gli altri.
È una dinamica che il romanzo allarga anche agli altri personaggi: sentirsi insufficienti agli occhi della propria famiglia significa spesso imparare a cercare continuamente conferme altrove.
E quando non si è mai imparato a riconoscere il proprio valore, si rischia di accettare qualsiasi cosa pur di sentirsi scelti.
L’amore come ancora di salvezza, ma anche come illusione
È qui che La teiera incrinata diventa particolarmente amaro.
I protagonisti cercano nell’amore una soluzione a problemi che l’amore, da solo, non può risolvere.
L’altro diventa un’ancora. Qualcuno che dovrebbe colmare il vuoto, restituire autostima, cancellare il senso di esclusione, mettere ordine dove ordine non c’è.
Ma nessuna relazione può fare completamente questo lavoro al posto nostro.
Il romanzo sembra suggerire proprio questa contraddizione: abbiamo bisogno degli altri, ma possiamo trasformare quel bisogno in dipendenza quando chiediamo a qualcun altro di salvarci da noi stessi.
E così anche l’intimità rischia di diventare qualcosa di diverso da quello che dovrebbe essere. Il corpo cerca quello che la mente non riesce a trovare: attenzione, conforto, riconoscimento, vicinanza.
Il corpo come rifugio, linguaggio e sopravvivenza
Nel libro il corpo occupa uno spazio centrale.
È desiderio, certamente, ma anche uno strumento attraverso cui i protagonisti cercano di comunicare bisogni che non riescono a esprimere diversamente.
Per alcuni diventa una forma di ricerca affettiva. Per altri è lavoro. Per altri ancora rappresenta una possibilità di sentirsi desiderati almeno per qualche momento.
Le situazioni legate alla prostituzione in appartamento contribuiscono a costruire una realtà fatta di paura, vulnerabilità e necessità, lontana da qualsiasi rappresentazione semplicistica.
Ed è proprio qui che il romanzo diventa particolarmente scomodo: dietro il corpo utilizzato, desiderato o venduto rimane sempre una persona che sta cercando qualcosa.
A volte denaro.
A volte sesso.
Molto più spesso, però, qualcuno che la guardi davvero.
Quando essere circondati non significa sentirsi vicini
Il romanzo racconta anche una condizione molto contemporanea: quella di chi cerca continuamente contatto senza riuscire necessariamente a trasformarlo in una relazione autentica.
Chat, incontri occasionali, sesso, serate e rapporti che sembrano offrire vicinanza diventano spesso tentativi di anestetizzare qualcosa di più profondo.
I protagonisti non smettono di cercare gli altri. Il problema è che non sempre sanno più come costruire con loro un legame capace di durare.
Ed è forse questa una delle riflessioni più interessanti del libro: possiamo avere molte persone intorno e, allo stesso tempo, non sentirci davvero visti.
Una scrittura semplice per una storia tutt’altro che semplice
Dal punto di vista stilistico, Dell’Accio sceglie una scrittura semplice, diretta, senza grandi fronzoli.
È una scelta che, personalmente, ho trovato efficace.
La narrazione non cerca di abbellire ciò che racconta e lascia che siano soprattutto le situazioni e i personaggi a portare il peso della storia.
I protagonisti sono credibili, costruiti con attenzione e sufficientemente complessi da non risultare semplicemente “buoni” o “cattivi”. Sono persone che compiono scelte discutibili, che cercano amore nei posti sbagliati e che spesso sembrano incapaci di uscire dai meccanismi nei quali si sono infilate.
Non ho trovato buchi evidenti né nella trama né nella caratterizzazione dei personaggi. E proprio questa solidità rende ancora più difficile prendere le distanze da ciò che accade.
La teiera incrinata: una lettura difficile, ma necessaria
Non definirei La teiera incrinata una lettura piacevole.
Sarebbe quasi un controsenso.
È una lettura difficile, a tratti disturbante, che affronta temi delicati senza cercare di renderli più digeribili. E proprio per questo può lasciare qualcosa anche dopo aver chiuso il libro.
La cosa che più mi ha accompagnato durante la lettura è stata forse l’aspettativa iniziale: continuavo a pensare che quelle persone, proprio perché si erano incontrate e sostenute, prima o poi sarebbero riuscite a salvarsi a vicenda.
Non succede.
E forse il punto è proprio questo.
Perché possiamo cercare amore, attenzione, sesso, famiglia, riconoscimento e qualcuno che ci dica che siamo abbastanza. Possiamo persino trovare persone disposte a starci accanto.
Ma l’amore non può sempre salvarci da noi stessi.
Può essere un appiglio. Può essere una possibilità. Può impedirci di cadere.
La risalita, però, è un’altra cosa.
Ed è proprio dentro questa consapevolezza amara che La teiera incrinata trova la sua forza.




