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24 Settembre 2026Tre donne matte: quando il viaggio diventa ricerca di sé
Simona Colomba racconta tre donne alle prese con un cambiamento e le mette in viaggio alla ricerca di una nuova leggerezza. Un romanzo che ho compreso nelle intenzioni, ma che non sempre sono riuscita a seguire nel suo percorso interiore
Alcuni libri terminano lasciandoti una risposta, mentre altri ti lasciano soprattutto una domanda. Con Tre donne matte alla ricerca di un paio di ciabatte di Simona Colomba, ciò che resta è il quesito: a cosa serve davvero il viaggio che compiono queste tre donne?
La domanda non nasce dal desiderio di trovare per forza un significato nascosto. Nasce dal fatto che il romanzo mette in campo un tema molto preciso: tre donne che si trovano in momenti diversi, ma ugualmente importanti, di cambiamento e che decidono di partire.
Una lascia il lavoro.
Un’altra affronta una separazione.
La più giovane cerca di sganciarsi dalla propria famiglia e di costruire finalmente una strada autonoma.
Tre crisi differenti, dunque, ma accomunate dalla stessa necessità: uscire da una vita che non sembra più andare bene e capire che cosa potrebbe esserci dopo. A questo punto un lettore inizia ad aspettarsi qualcosa. Per esempio che il viaggio geografico diventasse soprattutto un viaggio dentro sé stesse. Ma proprio su questo punto il libro, personalmente, mi ha lasciata più perplessa.
Tre donne che decidono di cambiare direzione
Fatima, Dora e Marena arrivano alla partenza portandosi dietro tre storie diverse. Non sono donne che partono semplicemente per fare una vacanza. Il viaggio nasce da una necessità più profonda, dalla sensazione che qualcosa nella loro esistenza debba essere rimesso in discussione. È un tema che ho trovato interessante anche perché appartiene a una condizione molto comune.
Ci sono momenti in cui non siamo necessariamente infelici, ma non siamo più nemmeno capaci di riconoscerci nella vita che stiamo vivendo. Il lavoro che prima ci definiva improvvisamente non basta più. Una relazione finisce e ci costringe a capire chi siamo senza l’altra persona. La famiglia, che dovrebbe essere un punto di riferimento, può diventare invece il luogo dal quale abbiamo bisogno di prendere le distanze per costruire la nostra identità.
Sono tutte forme diverse di quelle che potremmo chiamare “scarpe strette”: ruoli, aspettative e ritmi che abbiamo imparato a indossare, anche quando ormai ci fanno male.
Le scarpe strette, le ciabatte e la ricerca della libertà
Il titolo del romanzo contiene una metafora che diventa centrale per comprendere il percorso delle protagoniste. Le ciabatte sono l’opposto della costrizione. Vengono viste come comodità, leggerezza, possibilità di camminare senza dover rispettare necessariamente una forma.
L’autrice stessa lega le ciabatte alla leggerezza e le presenta come una sorta di trasposizione moderna dei calzari alati di Hermes: liberarsi dalle pesantezze che ci tengono legati alle cose vecchie per poter continuare a muoversi.
È un’immagine che funziona molto bene perché forse, nella vita, non abbiamo sempre bisogno di cambiare completamente strada. A volte abbiamo bisogno di smettere di percorrerla con le scarpe sbagliate.
E qui il romanzo tocca un tema che avevamo già incontrato durante il blog tour: la libertà non coincide necessariamente con la fuga, ma con la possibilità di scegliere finalmente come stare nel mondo. Le tre donne devono quindi imparare a lasciare andare alcune aspettative e, soprattutto, il giudizio degli altri.
Partire non significa fuggire
La stessa autrice chiarisce che il viaggio delle protagoniste non deve essere interpretato come una fuga. Partire significa, nella sua visione, aprirsi all’imprevisto, accettare di non sapere esattamente cosa si troverà lungo la strada e permettere alle esperienze di modificare la direzione iniziale. È un’idea molto interessante, probabilmente è una delle più interessanti del romanzo. Perché siamo abituati a pensare al viaggio come qualcosa che deve avere una destinazione precisa. Prenotiamo, programmiamo, organizziamo, controlliamo.
Qui invece il viaggio dovrebbe diventare un esercizio di apertura. Non per sapere obbligatoriamente qualcosa, ma per lasciarsi sorprendere e accettare che qualcuno possa entrare nella nostra vita modificandone la traiettoria.
Lo stesso concetto appartiene anche agli incontri inattesi che attraversano la storia: persone che arrivano apparentemente per caso e che possono diventare parte di un percorso che non avevamo programmato. Il problema è che ciò che emerge dalla lettura è più l’idea del percorso che incide molto più forte della sua percezione narrativa.
Il viaggio fuori e quello dentro
Il mio principale dubbio sul libro. La storia racconta con grande attenzione i luoghi attraversati dalle protagoniste. Le descrizioni delle mete sono ricche, dettagliate e in alcuni momenti anche piacevoli. Si sente l’esperienza dell’autrice nel mondo dei viaggi e il suo modo di guardare ai luoghi come qualcosa che può essere conosciuto, osservato e vissuto. La stessa Colomba lavora da anni nel settore dei viaggi e considera lo spostamento un’esperienza capace di modificare chi lo compie.
Ma proprio c’è una grande difficoltà. La domanda che sorge spontanea durante la lettura è: perché è così necessario fare quel viaggio per raccontare la trasformazione delle tre donne?
In alcuni passaggi si ha la sensazione la sensazione che il viaggio geografico occupasse molto spazio rispetto a quello psicologico. Considerato che è un romanzo costruito intorno alla ricerca di sé, sarebbe stato molto più interessante dare maggiore spazio alla trasformazione che avveniva dentro le protagoniste. Non soltanto sapere dove stavano andando, ma per capire cosa stava cambiando mentre ci arrivavano. Tre donne che si liberano progressivamente da ruoli, aspettative e certezze per ritrovare una forma di leggerezza e una maggiore consapevolezza di sé. Il messaggio c’è. Il progetto dell’autrice si comprende, il messaggio c’è ed arriva ai lettori, ma è un pò complicato arrivarci per come è strutturata la storia. Sarebbe stato più interessante dare spazio ai dubbi, alle fratture e ai cambiamenti interiori delle protagoniste, così da vivere insieme a loro quella trasformazione e non soltanto comprenderla alla fine.
Tre donne matte: il viaggio che non ho sempre sentito
Tre donne matte alla ricerca di un paio di ciabatte parte da un’idea interessante: raccontare tre donne in momenti diversi della loro vita mentre cercano una nuova forma di libertà.
È molto apprezzata la metafora delle ciabatte, il tema dell’apertura all’imprevisto e l’idea del viaggio come possibilità di cambiare direzione. Ma il testo lascia con una domanda in sospeso: a cosa serve davvero quel viaggio? Non perché il romanzo non dia una risposta, anzi la conclusione è positiva visto che le tre donne trovano ognuno a modo proprio una nuova direzione, ma emerge dalla narrazione troppo poco dal flusso di pensieri delle protagoniste.
Forse è proprio questa la differenza tra comprendere le intenzioni di un libro e sentirne fino in fondo il percorso. Nonostante la lettura a volte interrompa il percorso descritto dall’autrice, le intenzioni di Simona Colomba si comprendono bene.




