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18 Settembre 2026Spider-Man e il difficile mestiere di diventare adulti
Dietro ragnatele, salti e superpoteri c’è la storia di un ragazzo che deve imparare a crescere senza più nessuno a indicargli la strada
Ci sono film che si guardano per gli effetti speciali. E poi ci sono film che, una volta usciti dalla sala, continuano a lavorarti dentro.
Spider-Man: Brand New Day appartiene alla seconda categoria. Certo, ci sono i palazzi, le ragnatele, le acrobazie impossibili e quei salti da un edificio all’altro che ormai fanno sembrare New York un gigantesco parco giochi verticale. La tecnologia cinematografica ci ha abituati a vedere praticamente tutto e, a giudicare da certe sequenze, forse anche troppo.
Mentre guardavo Peter Parker volteggiare tra i grattacieli, c’è sempre questo pensiero fisso in mente: ma come fa M.J. a non dare mai di stomaco?
Poi ho smesso di guardare Spider-Man come un supereroe. E ho iniziato a guardare Peter Parker come un ragazzo che sta diventando uomo. Direi anche abbastanza palestrato per questo nuovo capitolo.
Quando nessuno ti dice più cosa è giusto
È questo, forse, l’aspetto che mi ha colpita maggiormente del film. in Spider-Man: Brand New Day, Peter è cresciuto. Ma crescere non significa soltanto diventare più forte, più consapevole o imparare a controllare i propri poteri. Significa, soprattutto, arrivare a quel momento della vita in cui le figure che fino a quel momento ti hanno aiutato a distinguere il bene dal male non ci sono più.
Non c’è più zia May. Non c’è più quella presenza capace di ricordargli, anche nei momenti peggiori, che dietro Spider-Man c’è prima di tutto Peter. Un ragazzo con delle emozioni, delle paure, dei desideri e una responsabilità enorme sulle spalle.
E non c’è più nemmeno Tony Stark. Niente guida. Niente tecnologia regalata al momento giusto. Niente adulto di riferimento che arrivi quando tutto sembra andare storto per rimettere insieme i pezzi.
Per la prima volta Peter è davvero solo. Ed è proprio qui che il supereroe diventa umano.
La solitudine di Peter è la nostra
Peter Parker vive una condizione estrema, naturalmente. Ha superpoteri, combatte criminali e passa le giornate saltando tra i grattacieli. Ma il sentimento che attraversa il personaggio è sorprendentemente normale.
La solitudine. Quella che non necessariamente significa essere fisicamente soli. A volte siamo circondati da persone e, dentro, ci sentiamo comunque dall’altra parte di un vetro. Peter sceglie di stare lontano dagli altri. Si immerge completamente nel ruolo di Spider-Man e nella responsabilità di proteggere una città che, peraltro, non sa più chi sia davvero. È una forma di isolamento che nasce anche dalla necessità di affrontare il proprio dolore senza mostrarlo.
E forse è proprio per questo che funziona. Perché, tolti i superpoteri, quello che rimane è un ragazzo alle prese con una domanda che prima o poi arriva per tutti: chi sono io quando non c’è più nessuno a dirmi chi devo essere?
Diventare adulti significa anche perdersi
Crescere non è una linea retta. Non succede che un giorno compiamo diciotto, venti o trent’anni e improvvisamente sappiamo cosa fare della nostra vita. A volte diventare adulti significa proprio attraversare una fase in cui non riconosciamo più noi stessi, perdiamo riferimenti, cambiamo amicizie, ci allontaniamo da persone che pensavamo sarebbero rimaste per sempre, scopriamo che alcune certezze erano soltanto temporanee. E ci ritroviamo a dover costruire da soli una versione nuova di noi.
È quello che succede anche a Peter dentro Spider-Man: Brand New Day. La differenza è che lui deve farlo indossando una maschera. Probabilmente è proprio questa la parte più interessante del suo viaggio: capire che non può continuare a essere soltanto Spider-Man. Deve imparare a essere Peter Parker, senza qualcuno che gli ricordi come farlo.
Il travaglio interiore
Il film racconta quindi una trasformazione che non è soltanto fisica. È soprattutto interiore. La pressione, la responsabilità, la solitudine e tutto quello che Peter si porta dentro finiscono per manifestarsi anche sul suo corpo. La trasformazione diventa così una conseguenza visibile di qualcosa che sta già accadendo dentro di lui.
E allora viene da chiedersi: cosa succede quando non abbiamo più nessuno che ci tenga per mano? Succede che dobbiamo imparare a tenercela da soli. Ed è una delle cose più difficili da fare. Perché stare da soli può diventare una prigione, ma può anche diventare un luogo di trasformazione. Nel silenzio, lontano dagli altri, siamo costretti ad ascoltare quello che normalmente copriamo con il rumore delle nostre giornate: le paure, le fragilità, le domande che rimandiamo, gli errori…E anche quello che siamo davvero.
Il male del nostro tempo
Forse è questo il motivo per cui la solitudine di Peter colpisce così tanto. Spider-Man: Brand New Day sembra quasi raccontare qualcosa del nostro tempo. Viviamo costantemente connessi e, contemporaneamente, sempre più spesso soli. Abbiamo messaggi, notifiche, social network, chat, videochiamate. Possiamo raggiungere qualcuno in qualsiasi momento.
Eppure la distanza emotiva può essere enorme. La solitudine è diventata quasi una condizione collettiva. E forse abbiamo bisogno proprio di quello che attraversa Peter: un tempo di silenzio per ricomporre il puzzle, per capire chi vogliamo avere accanto invece di rimanere sempre da soli. Perché il punto non è imparare a non aver bisogno di nessuno, ma è imparare a scegliere le persone di cui abbiamo davvero bisogno.
Due solitudini che si incontrano
Spider-Man: Brand New Day fa un ulteriore passo in avanti grazie all’antagonista di turno: Jean. Perché la solitudine non appartiene soltanto a Peter. Appartiene anche al suo antagonista. Jean è una ragazza che porta addosso un dolore enorme e che non ha gli strumenti per gestirlo. Ha un potere che non sa ancora controllare, una perdita che non riesce ad accettare e nessuno che le insegni come trasformare tutto quello che sente in qualcosa di diverso dalla rabbia.
La sua solitudine diventa quindi pericolosa. Peter si chiude nel lavoro, nella maschera, nella responsabilità di essere Spider-Man. Jean si chiude dentro il proprio dolore. Sono due ragazzi che reagiscono alla solitudine in maniera opposta, ma partono dallo stesso punto: nessuno dei due ha qualcuno che sappia davvero accompagnarli nel proprio travaglio interiore. Ed è questa la cosa più interessante.
Jean non è semplicemente “il cattivo”., ma è una ragazza che ha bisogno di essere vista, ha bisogno che qualcuno riesca ad andare oltre quello che fa, oltre la minaccia che rappresenta, oltre il potere che non riesce a controllare, e arrivi alla persona che c’è sotto. Ovviamente Peter riesce a farlo riconoscendo qualcosa in Jean. Quel qualcosa che li lega è proprio la solitudine, la raggia e il bisogno disperato di non essere lasciati soli con qualcosa che è troppo grande da affrontare.
In fondo, Peter e Jean sono due facce della stessa ferita. Uno rischia di perdersi diventando soltanto Spider-Man. L’altra rischia di perdersi diventando soltanto il proprio dolore. Il confronto tra loro smette di essere semplicemente quello tra un eroe e un’antagonista, ma diventa un paragone tra due modi diversi di reagire alla solitudine. Per questo il loro incontro funziona così bene: Peter non prova soltanto a fermarla. Prova a raggiungerla. Lui sa che cosa significa essere dall’altra parte e avere un dolore enorme senza sapere dove metterlo.
Quando diventi tu il punto di riferimento
A un certo punto succede qualcosa di molto semplice e, proprio per questo, molto importante: Peter smette di essere soltanto quello che ha bisogno di essere salvato e diventa quello che può salvare qualcun altro. Proprio come la Marvel ci ha abituato in tutti i suoi film, anche Spider-Man: Brand New Day non fa eccezione. Questa volta però Peter Parker non salva solo fisicamente, ma anche emotivamente e forse questa è la parte più importante del film. Peter riconosce Jean perché riconosce se stesso. Riconosce la solitudine, la rabbia, la paura di non riuscire a controllare quello che succede dentro di sé. Riconosce soprattutto quella sensazione terribile di avere qualcosa di troppo grande sulle spalle e nessuno a cui consegnarlo.
Ed è proprio perché ha attraversato quel dolore che riesce a guardare Jean oltre ciò che rappresenta. Non vede soltanto l’antagonista della storia, ma vede la persona. È una cosa che Peter ha imparato sulla propria pelle: dietro ogni mostro può esserci qualcuno che sta semplicemente combattendo una battaglia che non sa come affrontare.
A quel punto la sua crescita diventa completa. All’inizio Peter cerca qualcuno che gli dica cosa fare, ma termina con l’essere lui quella persona per qualcun altro.
Non sarà più zia May. Non sarà più Tony Stark. Sarà semplicemente Peter Parker. Con i suoi errori, le sue paure, le sue perdite e quella capacità ostinata di scegliere comunque di fare la cosa giusta. Probabilmente diventare adulti significa proprio questo: smettere di cercare qualcuno che abbia tutte le risposte e diventare, piano piano, una persona capace di stare accanto agli altri mentre cercano le proprie.
Anche Spider-Man deve tornare a casa
A questo punto, Spiderman Brand New Day smette di essere soltanto un film di supereroi. Perché Peter non deve semplicemente salvare New York, ma diventa quella figura che deve salvare se stesso dalla possibilità di diventare solo ciò che gli altri si aspettano da lui. Comprende che essere forti non significa non avere bisogno di nessuno e crescere non significa smettere di essere fragili. Diventare adulti non significa avere tutte le risposte, ma vuol dire semplicemente imparare a convivere con le domande.
Il nuovo superpotere di Peter Parker in Spiderman Brand New Day non sono le ragnatele o la forza, nemmeno la capacità di arrampicarsi sui muri; ma diventa la possibilità di cadere, perdersi, attraversare il proprio buio e poi trovare la strada per tornare a se stesso. che è poi quello che facciamo tutti: cambiamo pelle, ci perdiamo, restiamo soli per un po’.
Quando siamo pronti, ricominciamo a mettere insieme il puzzle, un pezzo alla volta. Il gigantesco quadro che chiamiamo vita.
Poi, naturalmente, c’è la parte che ci ricorda che stiamo pur sempre guardando un film Marvel. Perché dopo aver passato tutto questo tempo a parlare di crescita, trauma, solitudine e identità, arrivano i titoli di coda. E lì, dietro agli spoiler che ci aspettano pazientemente al buio, sembra esserci già il prossimo problema di Peter.
A giudicare da quello che ci hanno lasciato intravedere, dopo aver imparato a gestire la vita sulla Terra potremmo doverlo vedere alle prese con lo spazio. Perché evidentemente essere Spider-Man non bastava. Adesso gli manca solo il mal di stomaco intergalattico. E io continuo ad avere una domanda irrisolta: ma M.J., esattamente, come fa a non vomitare?



