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23 Ottobre 2026Sei personaggi in cerca d’autore: il metateatro di Pirandello al Quirino
Guglielmo Ferro rilegge il capolavoro pirandelliano con una regia compatta e fluida, tra teatro nel teatro, identità e dolore familiare
Il Teatro Quirino inaugura la stagione con Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, affidando a Guglielmo Ferro la regia di uno dei testi più rivoluzionari della drammaturgia del Novecento. Un allestimento compatto e scorrevole, capace di valorizzare il nucleo più doloroso della vicenda e di restituire al pubblico la forza di un’opera che continua a interrogare il rapporto tra realtà e finzione, identità e rappresentazione.
Il teatro nel teatro: quando la finzione diventa realtà
La forza di Sei personaggi in cerca d’autore risiede nella sua struttura metateatrale. Durante una prova, una compagnia viene interrotta dall’arrivo di sei personaggi che chiedono di mettere in scena la propria storia. Non sono attori in cerca di una parte, ma figure nate da un dramma incompiuto, condannate a rivivere vicende che reclamano una rappresentazione.
È qui che Pirandello costruisce il suo straordinario gioco di specchi: il teatro diventa teatro nel teatro, una sorta di inception scenica in cui i confini tra interpreti e personaggi si fanno sempre più sottili. Chi può raccontare davvero una storia? L’attore che la interpreta o il personaggio che l’ha vissuta? E quale delle due versioni può dirsi autentica?
La regia di Guglielmo Ferro sceglie di concentrare l’attenzione sulle vicende della famiglia, riducendo le dispersioni e dando maggiore incisività agli snodi drammatici. La narrazione procede con notevole fluidità, senza intoppi, accompagnando lo spettatore attraverso una materia cupa e dolorosa senza appesantirne il ritmo. Il risultato è uno spettacolo compatto, nel quale ogni scena trova il proprio spazio e il proprio peso.
Le maschere dietro i personaggi
In questo allestimento, il cuore della rappresentazione è il conflitto tra le identità. Le maschere pirandelliane non sono soltanto quelle indossate per convenzione sociale: sono anche i ruoli nei quali ciascuno rimane intrappolato, le immagini che gli altri ci attribuiscono e quelle da cui non riusciamo a liberarci.
La Madre, interpretata da Melania Giglio, porta sulla scena un dolore che sembra non poter trovare riscatto. Il Figlio, affidato a Filippo Rusconi, restituisce invece la tensione di chi rifiuta il ruolo assegnatogli e non vuole riconoscersi nella storia familiare che gli viene imposta. Due posizioni diverse, accomunate dalla difficoltà di sottrarsi a una rappresentazione che sembra precedere la loro stessa volontà.
In questo universo, Cesare Bocci trova nel Padre un interprete ideale. La sua prova restituisce la complessità di una figura sospesa tra razionalità e tormento, bisogno di verità e consapevolezza della finzione. È un personaggio che pretende di spiegare, giustificare e mettere ordine, ma finisce per incarnare tutte le contraddizioni del pensiero pirandelliano.
Accanto a lui, Marta Gastini dà incisività alla Figliastra, figura centrale nell’emersione delle ferite familiari. Il suo personaggio porta in primo piano il conflitto e la necessità di raccontare, contribuendo a fare della vicenda una tragedia umana prima ancora che una riflessione teorica.
A spezzare, almeno in parte, la cupezza del racconto è la Bambina interpretata da Nicole Pietrarelli, che si alterna sul palco con Laura Rita, che mantiene il palco con una maturità sorprendente per la giovane età. La sua presenza restituisce una dolcezza disarmante, una nota di innocenza che diventa l’unico autentico punto di luce positiva in una storia dominata da colpe, incomprensioni e sofferenza.
La regia di Guglielmo Ferro ne restituisce con efficacia il nucleo drammatico, sostenuta da un gruppo di interpreti affiatato e da un impianto tecnico che lavora in armonia con la recitazione.
Scenografie e luci dipingono il dramma
L’impianto visivo contribuisce in maniera determinante alla riuscita dello spettacolo. Le scene di Fabiana Di Marco e le luci di Sacha Donninelli costruiscono un ambiente dominato da tonalità ambrate e grigie, nel quale la dimensione concreta del palcoscenico convive con l’atmosfera sospesa del dramma.
Il rosso, utilizzato per sottolineare alcuni dei passaggi più dolorosi e culminanti, emerge con particolare efficacia: intenso, ma mai estraneo al quadro complessivo. È un linguaggio visivo che accompagna la narrazione senza sovrastarla, amplificando le emozioni e guidando lo sguardo verso i momenti decisivi.
A tenere insieme il complesso meccanismo scenico è Mario Scaletta nel ruolo del direttore-capocomico. La sua interpretazione assume quasi la funzione di una direzione d’orchestra: coordina le diverse presenze, porta le scene in primo piano e governa con precisione il passaggio continuo tra la prova teatrale e la rappresentazione dei personaggi.
Un classico che continua a mettere in discussione il teatro
Quando Sei personaggi in cerca d’autore debuttò a Roma, il 9 maggio 1921, al Teatro Valle, il pubblico reagì con incomprensione e contestazioni. L’opera, destinata a diventare una pietra miliare del teatro moderno, appariva allora troppo distante dalle convenzioni della rappresentazione tradizionale. Il ritorno di Pirandello, che come abbiamo già detto apre la stagione 2026/27 del teatro Quirino acquisisce ancora più importanza, considerando che proprio in questo periodo è stato riaperto anche il teatro Valle: proprio quest’ultimo fu protagonista della prima messa in scena di Sei personaggi in cerca di autore (9 maggio 1921). L’irruzione dei personaggi sulla scena, la frattura dell’illusione teatrale e la messa in discussione dell’identità anticipavano una concezione del teatro ancora capace di sorprendere. La scena non è più soltanto il luogo in cui si racconta una storia: diventa lo spazio in cui si discute la possibilità stessa di raccontarla.
Il risultato è uno spettacolo che rende accessibile la complessità pirandelliana senza banalizzarla. Perché, in fondo, la domanda che attraversa l’opera resta irrisolta: siamo davvero ciò che crediamo di essere o siamo soltanto i personaggi che gli altri vedono in noi? E forse è proprio in questa impossibilità di trovare una risposta definitiva che risiede la modernità di Pirandello.




