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22 Agosto 2025Ubi Maior di Franco Bertini: debutto teatrale di Leo Gassmann e dramma familiare ad alta tensione
Un’opera tra Pirandello e conflitti generazionali
“Ubi Maior“, scritto e interpretato da Francesco Bertini, è uno spettacolo teatrale che unisce umorismo, introspezione e riflessione sui legami tra generazioni. Presentato in diverse rassegne teatrali, il testo si ispira, per sensibilità e costruzione, alla lezione di Luigi Pirandello, pur mantenendo una propria cifra stilistica originale. L’opera esplora il rapporto tra padri e figli, il peso delle tradizioni e l’inevitabile passare del tempo, invitando il pubblico a interrogarsi su identità e memoria.
La trama e i temi centrali
Al centro della vicenda troviamo una famiglia divisa tra passato e presente, con figure paterne e figliali che si confrontano e scontrano, rivelando fragilità e orgoglio. Bertini costruisce una narrazione fatta di dialoghi serrati e momenti di silenzio che lasciano spazio alla riflessione.
Il titolo, Ubi Maior, richiama l’espressione latina “Ubi maior, minor cessat” (quando c’è un’autorità superiore, quella inferiore cessa), sottolineando il conflitto di potere e di valori tra generazioni. Nei dialoghi emergono contrasti culturali, differenze di visione sulla vita e sulla società, ma anche una sottile ironia che alleggerisce la tensione. Una delle immagini che più restano impresse è il giovane Tito che, una volta appreso che nella sua famiglia non va proprio tutto secondo le sue convinzioni, si erge a “salvatore” della famiglia . Nella sua mente c’è la convinzione di poter essere l’Ubi Maior che risolve i problemi generati dai suoi genitori, ma in realtà non risulta altro che un “minor cessat” che deve piegarsi al corso degli eventi per poter salvare la situazione.
È proprio questa l’immagine chiave di tutto lo spettacolo, il seme che si insinua nelle menti di chi osserva lo svolgersi degli eventi e lo porta a pensare a come cambiano le dinamiche interne di una famiglia e di come si evolvono gli eventi. I figli crescono e maturano nel momento in cui entrano in contatto con il vero essere dei propri genitori, spogliandoli delle maschere che sono state messe su fino a quel momento per poter crescere la prole nel miglior modo possibile. Dopo un primo momento di smarrimento e una ricalibratura delle figure con cui si è sempre stati in contatto, si creerà un nuovo equilibrio famigliare dove i componenti sono ormai nudi e crudi e i ruoli si scambiano con una facilità disarmante.
L’eredità pirandelliana
Lo spettacolo non nasconde il suo debito verso Pirandello: l’uso di maschere metaforiche, il gioco tra realtà e finzione, e la continua messa in discussione dell’identità dei personaggi sono elementi centrali. Bertini, tuttavia, non si limita a citare il drammaturgo siciliano, ma rielabora queste suggestioni in chiave contemporanea, inserendo riferimenti al nostro tempo e alla quotidianità di famiglie di oggi.
Questa eredità si traduce in un testo che mette in discussione le certezze, spinge i protagonisti a guardarsi allo specchio e invita lo spettatore a riconoscersi nelle loro contraddizioni.
La regia e le scelte sceniche
La regia di Francesco Bertini è essenziale ma densa di significati. Gli spazi scenici sono ridotti, quasi claustrofobici, a sottolineare la tensione emotiva e il senso di costrizione familiare. Luci e suoni sono usati in maniera funzionale, per marcare i passaggi emotivi e i cambi di prospettiva. Qualche aggiustamento sarebbe doveroso, in vista della prossima stagione al Teatro Sala Umberto dal 25 al 30 novembre 2025 ; al Teatro Gioiello di Torino dal 19 al 21 dicembre 2025.
Questa sobrietà scenica permette di concentrare l’attenzione sugli attori e sui loro gesti, rendendo ogni pausa, ogni sguardo e ogni intonazione parte integrante del racconto.
Il cast e l’interpretazione
Accanto a Bertini, il cast riunisce interpreti di diverse generazioni, creando un autentico dialogo intergenerazionale anche sul palcoscenico. La chimica tra gli attori è palpabile, e il ritmo della recitazione alterna momenti di vivace confronto a silenzi carichi di tensione.
L’uso calibrato dell’ironia e della gestualità aggiunge profondità ai personaggi, evitando di trasformarli in stereotipi. Ognuno porta in scena un frammento di verità, contribuendo a comporre un mosaico complesso e realistico.
Il debutto teatrale di Leo Gassmann è stato accolto con curiosità e attenzione. In un’intervista al Corriere della Sera, l’attore e cantautore ha raccontato di aver scelto Ubi Maior per la possibilità di condividere il palco con la madre e per affrontare un testo capace di parlare delle “famiglie folli” e dei non detti che le avvelenano.
Sabrina Knaflitz, in un colloquio con Teatro.it, ha sottolineato la complessità di Lorena, personaggio sospeso tra amore e imperfezione, e ha spiegato come, sul palco, il legame madre-figlio lasci spazio alla pura dinamica attoriale. Le prove, racconta, sono rimaste circoscritte al teatro, mantenendo separata la dimensione privata.
“Ubi Maior” di Francesco Bertini è un’opera che mette in dialogo passato e presente, tradizione e innovazione, con uno sguardo acuto e poetico sui rapporti familiari. È teatro che interroga e diverte, che si nutre di grandi maestri come Pirandello ma non rinuncia a una propria voce.
In un panorama teatrale spesso frammentato, questo spettacolo si distingue per la sua coerenza artistica, la profondità emotiva e la capacità di parlare a pubblici diversi, offrendo a ciascuno una prospettiva personale da portare via con sé.



