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12 Maggio 2026Il Salone senza polemiche? Più che assenza, una narrazione controllata
Il Salone del Libro 2026 viene raccontato come un’edizione pacificata, ma tra editoria, politica e pubblico emergono dinamiche tutt’altro che neutre
Nell’edizione 2026, il Salone del libro di Torino ha adottato una formula “rassicurante”. Un sistema quasi perfetto che resta tale solo se si rimane all’interno della comunicazione ufficiale dell’evento. Fuori dalla cornice appena descritta, la realtà ha delle sfumature di grigio, non è proprio così bianca o nera. O in questo caso: rosa e fiori. Indubbiamente non ci sono stati scandali come negli anni precedenti – tutti ricorderanno la maxi bufera del 2019 con un bel numero di arresti per frode – ma ci sono state comunque molte tensioni. Politiche, culturali e strutturali. Resta aleggiante nell’aria una domanda alla quale nessuno riesce a dare risposta: quando un evento culturale di tale portata diventa così grande da essere un terreno di rappresentazione politica ed essere allo stesso tempo esente dalle polemiche?
La gestione politica della Benini
Il vero elemento di novità del Salone del Libro 2026 non è stata l’assenza di tensioni, ma il modo in cui sono state gestite. Dopo edizioni segnate da polemiche che avevano occupato una parte rilevante del dibattito pubblico — dal caso Sgarbi nel 2024 alle contestazioni legate alla guerra in Medio Oriente nel 2025 — Annalena Benini, alla chiusura del terzo anno di mandato, ha scelto di riportare al centro libri, autori e lettori. Una strategia che non ha cancellato il confronto politico, inevitabile in una manifestazione di questa portata, ma ne ha ridimensionato il peso mediatico, impedendo che oscurasse il racconto culturale dell’evento. Probabilmente il successo della direttrice è stato proprio quello di aver gestito politicamente le polemiche in maniera diversa, dando meno risonanza e impedendo che diventassero la notizia principale della kermesse.
Le difficoltà del singolo cittadino appassionato di cultura
Accanto alle tensioni più visibili, esiste poi un livello di discussione meno rumoroso ma forse più significativo: quello che riguarda la struttura stessa della manifestazione. Da anni il Salone del Libro si confronta con interrogativi che vanno oltre la cronaca dell’edizione in corso. Il peso crescente dei grandi gruppi editoriali, la difficoltà per molte realtà indipendenti di emergere in un contesto sempre più competitivo e la trasformazione dell’evento in una macchina culturale e mediatica di dimensioni nazionali alimentano un dibattito che non si esaurisce nei cinque giorni della fiera. Non si tratta di polemiche in senso stretto, ma di questioni che accompagnano l’evoluzione del Salone e interrogano il suo futuro: può restare una grande festa del libro senza perdere la sua vocazione di spazio aperto alla pluralità dell’editoria?
C’è poi la percezione dei visitatori, che raramente trova spazio nei bilanci ufficiali ma emerge con regolarità sui social network e nelle discussioni online. L’affollamento record, salutato dagli organizzatori come un segnale di successo, viene vissuto da una parte del pubblico anche come un limite all’esperienza di visita. Code, spazi congestionati e difficoltà nel seguire alcuni incontri alimentano la sensazione di un Salone sempre più grande e sempre meno facile da vivere. A questo si aggiungono le critiche legate ai costi e alla progressiva trasformazione della manifestazione in un evento di massa. È il paradosso del successo: mentre crescono i numeri, resta aperta la domanda sulla qualità dell’esperienza offerta ai lettori.
Smettiamo di dire che i ragazzi non leggono
Questo falso mito che i ragazzi non leggono deve finire. L’edizione che si è appena conclusa ha dimostrato che l’affluenza è stata molto più orientata ai giovani che agli adulti. Non stiamo parlando solamente di scuole, che hanno affollato i corridoi dei padiglioni tra il giovedì e il lunedì, ma soprattutto di famiglie che hanno deciso di passare un fine settimana fuori dalla regola, portando i ragazzi in giro per gli stand editoriali di Lingotto. Del resto il tema di questa edizione era molto chiaro “il mondo salvato dai ragazzi”, ispirato all’opera di Elsa Morante, era di buon auspicio. E le aspettative sono state non solo rispettate, ma ampiamente raggiunte. «Lo abbiamo scelto per mandare proprio un messaggio di speranza – Sono le parole della direttrice Annalena Benini al quotidiano Ansa – E’ un appello universale a cui aggiungiamo la leggerezza, l’allegria, quella cosa fanciullesca che al Salone si respira in termini di stupore, curiosità, capacità di farsi sorprendere dai libri. Volevamo davvero dare la parola ai più giovani e per questo abbiamo creato la nuova area tematica fatta da cinque ragazzi tra i 19 e i 24 anni che ci guideranno.» La Benini ha speso due parole che per quanto riguarda il tema dei ragazzi che non leggono: «Non è vero che i ragazzi non leggono. Comprano i libri, li leggono, sono disposti a lasciarsi guidare anche nelle scelte, a lasciarsi stupire. Sono curiosi, vanno agli incontri, gironzolano tra gli stand, mettono da parte i soldi per comprare i libri. L’idea che i giovani stiano solo sui social è un cliché ormai esausto, vecchio, e noi volevamo ribaltarlo. Non si può procedere per stereotipi.»
Dire che il Salone del Libro 2026 si astata un’edizione senza polemiche è indubbiamente una comunicazione semplificata della narrazione di ciò che è realmente accaduto. È vero che molte difficoltà riscontrate dalle persone durante gli ultimi anni, nonostante il cambio di direzione, non siano state snellite nel corso del tempo, vedi la difficoltà ad accedere agli eventi, oppure il tetto massimo delle spese per il food and beverage. Ma è altrettanto vero che le polemiche sono diminuite di molto e che le tensioni politiche e culturali sono state nascoste “sotto il tappeto”. Anche questa è un’abilità, non trovate?




